L’agente disse bruscamente: “Signora, la prego di venire con me.” Alzai lo sguardo, in preda al panico. “Mio figlio è vivo?”
I suoi occhi guizzarono per mezzo secondo, come se sapesse qualcosa ma non voleva rivelare il segreto.
“Per favore”, sussurrai. “Grant è vivo?”
Deglutì. “Ci spiegherà tutto.”
L’agente salì al posto di guida e iniziò a guidare.
Diedi un’occhiata indietro verso casa mia. La tavola era apparecchiata. Il cibo era pronto. Le candele erano state spente.
“I miei figli avrebbero dovuto essere qui”, mi sentii dire. Il cristianesimo.
Esitò. “Mi dispiace.”
Comunque, avrei dovuto chiamare Mark. Invece, presi il mio cardigan, chiusi la porta per abitudine e salii sull’auto di pattuglia. Il sedile posteriore odorava di disinfettante e di vecchia paura. La portiera si chiude con un clic, facendomi venire la nausea.
L’agente salì al posto di guida e iniziò a guidare.
“Mi dica se mio figlio sta bene.”
“Dove stiamo andando?” chiesi. «Non lontano.»
«Non lontano da dove?»
Lanciò un’occhiata allo specchietto retrovisore. «Da qualche parte di sicuro.»
«Al sicuro da cosa?» Alzai la voce. «Grant si è fatto male? Ha fatto qualcosa?»
«DOVE SIETE?»
«Signora», disse con calma. «Per favore.»
«Non mi dica “per favore”. Mi dica solo se mio figlio sta bene.»
Fece una pausa. «Avrà presto delle risposte. Glielo prometto.»
Il mio telefono vibra. Un messaggio da Mark: «Mamma, per favore non si faccia prendere dal panico. Si fidi di noi.»
Fidarsi di noi. Dopo quattro ore di silenzio.