«DOVE SIETE?» risposi.
Presentato, ma non letto.
«È in pericolo?»
Fissai la nuca dell’agente. «Lei conosce mio figlio.» Famiglia.
Non rispose subito. Poi, a bassa voce: «Sì, signora.»
Il mio cuore fece un balzo. «È in pericolo?»
“NO.”
«Allora perché sono in un’auto della polizia?»
Espirò come per evitare di dire qualcosa di sbagliato. «Aspetti un attimo.»
Attraverso il vetro, vidi un movimento.
L’agente si voltò verso un parcheggio. Un centro comunitario che riconoscevo. Quello dove mi sedevo sulle dure gradinate per fare il tifo per i miei figli.
C’erano delle macchine parcheggiate davanti. Macchine che conoscevamo. Il SUV di Mark. La berlina di Sarah. Il ritiro di Jason.
Mi si seccò la bocca. “Cos’è questo?”
L’agente parcheggiò e si avvicinò per aprirmi la portiera. Mi porse la mano. La ignorai e uscii da sola, con le gambe tremanti. Mi guidò verso l’ingresso.
Attraverso il vetro, vidi un movimento.
Caleb impallidì.
Mi fermai. “È uno scherzo?”
“NO.”